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lavoro senza contratto, contratto lavoro
“Disoccupati, tutti disoccupati”. E’ una parola che sento spesso davanti ai cancelli della facoltà che frequento. Noi giovani dopo la terribile crisi che è avvenuta nel 2008 non siamo più stati spinti verso un futuro programmabile, anzi ci è stata negata anche l’idea di avere un futuro sicuro. Parenti, amici più grandi che ripetono com’era più facile, come “ai loro tempi” si poteva prendere una casa con un mutuo. Ora non si può più, perché nessuno ha più un lavoro veramente stabile. La vera ingiustizia però per me sta in qualcos’altro; il problema non è più cercare un lavoro che possa dare soddisfazioni o che possa gratificare chi lo fa, il problema è diventato solo trovarlo, qualunque esso sia; così vedo molti ragazzi obbligati dai bisogni necessari a prendere una strada che non corrisponde per nulla alle loro preferenze, solo perché magari studiando quel tipo di materie e laureandosi si trova più facilmente un’occupazione; altri che si infilano in una fabbrica molto presto, sottopagati quando in realtà avrebbero voluto avere più tempo; tanti anche obbligati dalle aspettative dei genitori( che in fondo non hanno nessuna colpa, vogliono solo un futuro migliore per i propri figli) a prendere un liceo quando avrebbero preferito un istituto tecnico o una scuola di formazione e rimangono lì un tempo infinito cercando di passare la maturità e di dimenticarsi tutto lasciandolo alle proprie spalle.

Ebbene sì, il mondo del lavoro al giorno d’oggi non brilla in ottimismo e in crescita e per ora possiamo trovare in maggioranza due tipologie : i lavoratori in nero e quelli precari.

I precari con contratti a progetto, a collaborazione coordinata e continuativa, contratti a tempo determinato vivono in un perenne stato d’ansia e di frustrazione; come potrebbe stare una persona che è alla perenne ricerca di un lavoro? Il precario non ha nessuna continuità, nessuna possibilità di formarsi adeguatamente anche a un lavoro – che potrebbe essere anche quello della commessa/o – perché il tempo è troppo poco.

I lavoratori in nero invece, in mano non hanno niente. Neanche i diritti. Cose semplicissime come l’obbligo della motivazione al licenziamento, l’assicurazione, i contributi non sono presenti neanche minimamente per coloro che lo scelgono o sono obbligati a lavorare in nero.

Biasimare o non biasimare? Io da parte mia non me la sento. I dati ci dicono che il lavoro in nero viene spesso preso come la strada della salvezza, quando, consci di essere da troppo tempo disoccupati, per aver un minimo di reddito, ci si rimette a ogni possibilità offertacisi.

E’ anche vero che un lavoro in nero in alcuni casi permette un maggior guadagno, perché può essere anche non registrato come reddito ricevuto e quindi può essere evaso, ma è veramente una magra soddisfazione.  Risparmiare in questo senso non permette alcuna agevolazione e, a mioparere, il gioco non vale la candela.

In altri casi i lavoratori non sanno nemmeno di non aver sottoscritto alcun contratto. Essi si ritrovano infatti ad aver firmato, “documenti” o “scritture private” che sul piano legale non hanno alcun valore. La scoperta di questi raggiri può costare molti mesi di contributi non versati e una mancata pensione, quindi attenzione!

“ … L’impiego di personale non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria.” questo è il lavoro in nero, definito dalla legge 248/2006. La  legge parla anche di sanzioni per chi sfrutta le prestazioni in questo modo : da 1500€ a 12000€, più 150€ per ogni giornata di lavoro irregolare.

Questi sono i lati amministrativi, magari anche un po’ asettici con cui lo Stato interviene, ma ognuno di noi è tenuto (da bravo cittadino solidale) a denunciare sempre chi permette che avvengano queste gravi mancanze, che possono nuocere alle tasche di qualche imprenditore furbetto (bene), ma possono anche nuocere alla vita di qualche operaio (male).

Molte morti bianche, soprattutto nel settore edile avvengono a causa della mancanza di precauzioni che non vengono previste per chi a volte è un giovane irregolare nel nostro paese; tra gli operai infatti, la maggior parte dei lavoratori in nero è extracomunitaria senza permesso di soggiorno che quindi ha bisogno di un lavoro e accetta salari infimi per poter vivere.

Certamente per il lavoratore irregolare è d’obbligo chiedere la messa in regola da parte del proprio datore di lavoro per tutti i motivi sopraesposti e se egli non interviene di dovere proponendo un contratto che rispetti le norme, il lavoratore dovrà immantinente rivolgersi all’ispettore del lavoro della propria città o provincia e chiedere un controllo immediato sul datore di lavoro.

Purtroppo spesso quando si è soggetti a un’ingiustizia di questo tipo si tende a chiudere un occhio pensando in buona fede che magari non ci poteva essere altra soluzione o che è una forma di aiuto, soprattutto se siete in difficoltà; cercate però di non cascare nei sensi di colpa e in un inutile senso di gratitudine perché nessuno vi fa un favore assumendovi in nero, anzi siete voi che fate un favore a lui perché offrite una vostra prestazione , qualificata o meno, ad un costo irrisorio. I datori di lavoro che sfruttano questo tipo di occupazione dovrebbe capire che non si rimane impuniti, ma che l’illegalità paga e soprattutto rende le cose più difficili per tutti, più evasione fiscale c’è, più tasse da pagare ci sono, in una lunga catena di Sant’Antonio che non termina mai, ma che si ripete in cerchio all’infinito.

C’è una carta, datata 20 maggio 1970 che tutti noi dovremmo leggere. Parla dei diritti e doveri di tutti i lavoratori. La 300/1970 è la bandiera di chiunque venga sfruttato, di chiunque offra la sua competenza per una qualsiasi occupazione di chiunque voglia far valere i propri diritti e anche i propri doveri che troppo spesso vengono dimenticati, ma che hanno la stessa eguale importanza dei primi.

Il mondo del lavoro è un mare pieno di squali pronti a mangiarvi interi, pronti a far di voi dei bocconcini, ma con un poco di attenzione facilmente si approda su isole felici.

Autore dell’articolo: Giulia Guizzardi
Questo articolo è protetto dai diritti d’autore

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